Mettiamo porte dove non ce ne sono

door-3210715_640Oggi è la festa della donna e, senza averlo programmato, ho iniziato a editare il secondo capitolo di un saggio sul mondo musicale che riguarda proprio l’universo femminile. Sulla superficie bianca di Oscar, il mio portatile-tuttofare, mi vengono incontro frasi sdegnate contro gli uomini prevaricatori, siglate da frasi a effetto e moti di civile indignazione, a sottolineare la svantaggiata condizione femminile nei secoli dei secoli, amen.

Tutte cose giustissime, che mi fanno riflettere sul mio essere donna.

Sono cresciuta in una famiglia abbastanza strampalata, artisti e bohémien da una parte e solidi proprietari terrieri dall’altra. In entrambi i rami della famiglia, nessuna delle donne si è mai sentita inferiore a qualsiasi uomo, né qualsiasi uomo ha mai pensato che le donne della sua famiglia lo fossero. Ho prozie, ragazze negli anni Venti, che non si sono mai sposate, e non perché fossero brutte, ma perché avevano cervello fine: «Guaglio’… i mariti sono ben accetti solo se sono già accasati». Facevano le modiste e si sono sempre mantenute da sole, anche in un’epoca in cui il fascismo obbligava il gentil sesso a trasformarsi in incubatrice per i futuri sostenitori del regime.
Un’altra prozia, che ho vissuto da bambina e che ancora oggi rimane il mio emblema della libertà, a quindici anni si è messa il vestito della festa, si è presentata davanti ai genitori e ha sentenziato: «Io da domani vado a lavorare». E così è stato. L’ho conosciuta che avevo pochi anni e lei era quasi alla fine di una lunga vita, ma continuava a lavorare nei campi, i suoi, che si era guadagnata da ragazza, e il reggiseno se lo era tolto molto tempo prima dei falò contestatori degli anni ’70.
Se a questa zia avessi raccontato che l’8 marzo è la festa della donna, mi avrebbe dato un buffetto sulla guancia e liquidato con un sorriso. E io l’avrei capita, perché ’sta festa della donna non ha mai convinto fino in fondo neanche me.

Ho sempre avuto l’idea che quando senti il bisogno di celebrare qualcosa, e quindi di puntarvi sopra l’indice, è perché quel qualcosa ancora non ha trovato il suo posto nel mondo o lo sta perdendo. Festeggiamo i Panda in via d’estinzione, festeggiamo il Giorno della lettura, festeggiamo la Barba dell’abate Faria, e così avanti per 365 giorni l’anno.
Tanto per cominciare io non mi sento in via d’estinzione, non ho bisogno di evidenziare la mia importanza nel mondo e non mai avuto la barba.
Quello che so di essere per certo, prima di ogni altra classificazione, è una persona. Io sono una persona. Se poi il caso ha voluto che nascessi donna anziché uomo o altro, è una questione che non mi riguarda.

Perché, dunque, festeggiare questa giornata delle donne?

Una festa senza par condicio, tra l’altro, visto che non è stata mai istituita una Festa dell’uomo. Un classico esempio di come noi occidentali, che facciamo tanto le strafighe cercando questa benedetta parità dei diritti, siamo le prime a boicottarci in ogni occasione.
Allora festeggiamo perché? Ci sentiamo inferiori e abbiamo bisogno d’innalzarci per un giorno al di sopra dell’umanità? Ci sentiamo deboli e speriamo che gli uomini che abbiamo accanto ci proteggano? O troveremo più lavoro domattina, senza essere minacciate che se restiamo incinte, come è successo alla sottoscritta, ci licenzieranno?
Questi – e molti altri – sono tutti problemi sociali e mentali che una “festa” non potrà mai risolvere. Non ci darà un lavoro equo, né un compagno rispettoso, né il coraggio di uscire fuori dagli schemi. Siamo noi che dobbiamo prenderci tutto quello che ci serve, con coraggio e determinazione. Perché noi, dentro e fuori, abbiamo forza da vendere. L’uomo è più muscoloso, ma noi siamo più resistenti. Par condicio anche questa.

E allora, come stanno facendo giustamente le donne iraniane al seguito di Vida, se qualcosa non va non dobbiamo festeggiare ma dobbiamo protestare e la nostra festa dev’essere tutto l’anno.
Scrive Clarissa Pinkola Estés: «Le donne mettono porte dove non ce ne sono, e le spalancano e le varcano, verso una vita nuova»1.

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1 Clarissa Pinkola Estés, Donne che corrono coi lupi, Pickwick Libri, Milano 2016.

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