Autori tipi strambi #2 – Tutta colpa di una “e”

joker-2614954_640C’è stato un tempo, alcuni anni addietro, in cui la mia vita era scandita dalla scrittura di copioni e sceneggiature, dalle prove in teatro, dai tentativi di esprimermi dietro la macchina da presa, dalla gioia di progettare e condividere, dalla fatica di andare incontro al pubblico rimanendo comunque coerente con me stessa. La mia età dell’incoscienza, di cui ogni tanto mi afferra una nostalgia giallina e nebulosa, è stata anche quella che mi ha permesso di sviluppare il muscolo della scrittura (di cui riparleremo), così da trasformare un lavoro molto precario in uno che lo è un po’ meno.

Il ricordo di quel periodo è legato anche a un episodio ricorrente: la fatidica domanda «Ma tu cosa fai nella vita?», che prima o poi capita a tutti. All’epoca io rispondevo “la sceneggiatrice”, e la cosa finiva lì, suggellata dal sorriso soddisfatto del mio interlocutore. Di norma però, quando rincontravo l’autore della domanda, questi mi presentava a tutti i suoi amici come “scenografa”. La solfa è andata avanti per alcuni anni, fino a quando ho fregato tutti rispondendo: «Faccio la drammaturga (tie’)». Così, invece di avere di fronte un tizio sicuro di avere a che fare con una scenografa – qualcosa di vagamente sentito nei programmi televisivi della domenica pomeriggio, e per questo rassicurante – ne avevo uno che mi guardava disorientato, perché una drammaturga non sapeva proprio dove collocarla.

Adesso succede più o meno la stessa cosa.
«Che cosa fai nella vita?»
«L’editor».
Sì, lo so amico, manca una “e”… non me la sono dimenticata.
L’amico prima annaspa, poi s’illumina e tenta un rilancio.
«Ho scritto un libro», mi dice gongolando.
«Bene».
«È la triste storia di mia zia».
«Bene… anzi, male».
«Leggilo».
«Perché…», più che una domanda sospesa, il mio è un grido di dolore. Poi però recupero l’editor che c’è in me e mi sforzo di essere gentile.
«Vuoi una lettura professionale?», chiedo con la Santa Pazienza abbrancata alle spalle.
L’amico, con l’aria da furbetto, mi sussurra: «No, so già che è fichissimo».
«Allora hai bisogno di un editing…».
Qui l’amico s’impunta e rimane con la lingua addosso agli incisivi.
Per toglierlo d’impaccio, traduco in termini pratici: «Hai bisogno di qualcuno che ti aiuti a controllare i contenuti del libro e che sistemi sintassi e refusi?».
L’amico s’illumina di nuovo. Ha afferrato il concetto e, sempre gongolando, mi risponde: «No grazie, ho fatto tutto da solo. A scuola avevo 10 in italiano!».
La Santa Pazienza ormai è scivolata giù dalle spalle e cerca almeno di afferrarmi le caviglie, ma io sguscio via peggio di un’anguilla, mentre ringhio: «Allora perché vuoi che lo legga?».
E lui, al massimo del gongolamento, mi risponde: «Così lo pubblichi».
Ecco, appunto

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