La Sindrome di Cronin

Appunti di lettura emozionale

lettura_emozionale

Vi è mai successo d’iniziare a leggere un libro e di non riuscire più a smettere fino a che non avete raggiunto la parola “fine”?

A me è capitato la prima volta a tredici anni. Fino ad allora avevo letto molto, soprattutto classici per ragazzi. Mi ero anche arrampicata sulla libreria di famiglia per sbirciare un libro “assolutamente proibito” come i Ragionamenti di Pietro Aretino di cui, per la cronaca, all’epoca non capii un benemerito accidente.
Tuttavia, ognuna di quelle letture scivolava nella mia vita di adolescente con lo stesso ritmo con cui scivolano i sogni. Erano letture di svago senza un moto preciso dell’anima a guidarle.

Poi un giorno, a tredici anni, sempre nella famigerata libreria di famiglia, scovo un vecchio volume con la copertina blu marmorizzata. Il titolo a lettere dorate dichiarava: Il castello del cappellaio di Archibald Joseph Cronin. Lo strano titolo mi riportò alla memoria il cappellaio matto di Lewis Carroll e, presa dalla curiosità, iniziai a leggere. Con una botta d’incoscienza senza pari, sprofondai in 548 pagine di puro dramma familiare che divorai nell’arco di cinque giorni, durante i quali trascurai praticamente tutto: me stessa, i miei studi, i miei amici. Presa nel vortice della famiglia Brodie, riemersi da quel romanzo solo quando la protagonista – a me quasi coetanea e con cui mi ero profondamente immedesimata – lasciò per sempre il maledetto castello del cappellaio (un cappellaio molto più matto di quello di Alice) decretando anche la fine del romanzo.
Io ancora non ne ero completamente consapevole, ma per la prima volta in vita mia ero stata la protagonista di una lettura emozionale, una lettura cioè in cui non solo la mia vista era stata occupata, ma tutta me stessa era stata trascinata nel vortice degli accadimenti, lasciandomi stremata quasi quanto i protagonisti del romanzo.

È quella che io chiamo la Sindrome di Cronin ed è stata l’argomento principale di un altro blog, che ho chiuso per mancanza di tempo da dedicargli.

Con gli anni ho imparato a domarla la mia sindrome, ma ho anche imparato che ogni libro, bello o brutto che sia, contiene la sua dose di emozioni, che poi sono quelle che ci restano appiccicate addosso quando arriviamo alla fine di ogni storia.
Spariti i nomi dalla nostra memoria, spariti interi pezzi di libro, spariti i personaggi secondari, ciò che non dimenticheremo mai – anche a distanza di anni – saranno le emozioni che un libro ci ha lasciato.

Un buon editor lo sa, e quando valuta un libro o affianca un autore nel faticoso lavoro di revisione, deve tenere presente anche questo aspetto importantissimo della comunicazione, che vale per qualsiasi opera d’arte.
Come dicevo spesso ai ragazzi AlphaDrama, la compagnia di teatro che ho diretto per cinque anni, e come ripeto ancora oggi nel corso dei miei salotti letterari: non basta che un lavoro sia perfetto, deve saperci emozionare.

2 risposte a "La Sindrome di Cronin"

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