L’ombra del coronavirus

Appunti di lettura emozionale

virus-letale

Il clima che si respira in questi giorni in Italia ha del surreale. A Roma in particolare, la città in cui abitualmente vivo e lavoro, questa storia del coronavirus sta raggiungendo livelli d’irrealtà degni di un romanzo. Ristoranti cinesi vuoti, negozi gestiti da cinesi vuoti, famiglie di asiatici isolate, insultate e bistrattate. Senza contare tutti quelli che vanno in giro con la mascherina. Poi leggo sui giornali che sta succedendo la stessa cosa un po’ ovunque e mi verrebbe anche da ridere, se tutto ciò non fosse estremamente patetico e degno di un Paese che sta rotolando sempre più fuori dal balcone.

Cosa si fa in questi casi? Si aspetta che passi, come una malattia ben peggiore di un coronavirus. Nel frattempo però mi tornano alla memoria stralci di libri e brandelli di film.

Come faccio a non pensare, per esempio, al momento in cui nella vita di Nick, il ragazzo sordomuto de L’ombra dello scorpione1, si profila la catastrofe? Un errore umano ha scatenato Captain Trips, un virus che contagia tutta l’America e che presto si espanderà anche sul resto del Pianeta. Nel giro di venti giorni gran parte della popolazione nordamericana è spazzata via da un’ondata d’influenza letale e tra i pochi sopravvissuti inizia la battaglia per la sopravvivenza.

«Per l’ora e mezzo che seguì, quel mattino, il mattino del giorno prima, Nick continuò a bussare a porte e a suonare campanelli. Doveva pur esserci qualcuno che non stesse male, si diceva. Personalmente si sentiva benone, e sicuramente non doveva essere il solo. […] Ma ai colpi battuti alle porte e alle scampanellate ottenne risposta meno di una dozzina di volte. La porta si socchiudeva per quanto consentiva la catenella, un volto malato ma speranzoso si affacciava, vedeva Nick e la speranza svaniva». Forse a Wuhan è accaduta la stessa cosa?

E dopo, che facciamo? Camminiamo sulla strada insieme all’uomo e al bambino di Cormac McCarthy2. Anche qui siamo sopravvissuti a una distruzione di massa e avanziamo verso sud con la speranza che qualcuno, più cattivo di noi, non ci ammazzi.

«Era alto ma molto veloce. Si avventò sul bambino, rotolò a terra e si tirò su stringendoselo al petto e puntandogli il coltello alla gola. L’uomo a quel punto era già a terra e seguì il movimento dell’altro e ben piantato sulle ginocchia, reggendo la pistola con due mani, prese la mira e sparò, a meno di due metri di distanza. Il tizio cadde istantaneamente all’indietro e rimase a terra con il sangue che sgorgava spumeggiando dal foro sulla fronte».

Be’, non stento a crederlo, visto che qualche giorno fa un italiano ha sputato addosso a un cinese e che a Roma sabato scorso un manipolo di donne diversamente intelligenti non voleva far entrare in teatro due signore asiatiche con i rispettivi figlioletti.

Certe scene sono intollerabili oltre che incomprensibili e viene tanta voglia di scappare. Corriamo quindi alla Stazione Termini e c’infiliamo nella prima carrozza disponibile, basta che il treno non attraversi il Cassandra Crossing. Sophia, da uno degli scomparti, ci osserva con occhi da gatta mentre un indimenticato uomo chiamato Cavallo cerca di salvare i passeggeri dal virus che li sta decimando. Allora quatti quatti riscendiamo ed eccoci di nuovo a Roma, solo che nel frattempo è rimasta senza papa e gli abitanti fluttuano nell’atmosfera distopica di Guido Morselli3 che, con un linguaggio al limite dell’incomprensibile, descrive i cambiamenti di un Paese già all’epoca (i primi anni Settanta del Novecento) sull’orlo di una crisi di nervi. Che fare a questo punto? Abbandoniamo le strade del centro e, sperando di non incontrare Dustin Hoffman alle prese con l’ennesimo virus letale o lo splendido Jack Lemmon in Sindrome cinese (un film che non c’entra niente con il Covid-19 ma è ugualmente strepitoso), ce ne torniamo in periferia dove cinesi, pakistani, indiani, rumeni, rom e italiani hanno altre cose a cui pensare che insultarsi gli uni con gli atri. Devono pensare ad arrivare al giorno dopo e gli unici virus da combattere sono il lavoro che non c’è e il degrado a cui il Comune li ha condannati. E la paura non è tanto quella di ammalarsi, ma il sapere che se rimangono a casa o confinati in un ospedale, nessuno gli darà uno stipendio a fine mese perché sono a Partita IVA ed è l’unico motivo per cui pregano ciascuno i propri dèi.

E ognuno di loro, la sera, rimboccandogli le coperte, ripeterà al proprio figlio le parole che l’uomo de La strada disse al suo bambino: «Quando sognerai di un mondo che non è mai esistito o di uno che non esisterà mai e in cui sei di nuovo felice, vorrà dire che ti sei arreso. Capisci? E tu non ti puoi arrendere. Io non te lo permetterò».

Perché la felicità va conquistata nella vita reale, nonostante l’ignoranza che ci circonda e la paura che le fa da contrappunto, e l’unica strada possibile è la cultura del buon senso.

1 Stephen King, L’ombra dello Scorpione, Bompiani, Milano 2017.

2 Cormac McCarthy, La strada, Einaudi, Torino 2014.

3 Guido Morselli, Roma senza papa, Adelphi eBook, Milano 2016.

7 risposte a "L’ombra del coronavirus"

    1. Ehi, ciao Wwayne! Ne ho letto tanti libri di Stephen King, ma Buick 8 mi manca. Sullo stesso genere (credo) ho letto Christine (un grande classico) e Miglio 81, dove c’è sempre una diavolessa di macchina come protagonista. Però quello che finora mi ha affascinato di più è stato 22/11/’63 perché lì dentro, oltre al racconto, c’è la Storia con la s maiuscola. Dell’Ombra dello scorpione, che ho letto un sacco di anni fa, quello che mi ricordo è il terrore a ogni starnuto che facevo e che mi sono portata dietro per un po’ di tempo. Della serie, non è vero ma ci credo 🙂 Grazie per il consiglio, comunque. Buick 8 sarà tra le mie prossime letture.

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      1. Ottima decisione! Se ti va, poi fammi sapere come l’hai trovato. Se invece non dovessi più sentirti, per me avertelo fatto scoprire è già una grande soddisfazione. Grazie a te per la risposta! 🙂

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      2. Ciao wwayne, sei gentile. Ma non ho scritto che non conosco il libro, ho solo scritto che non l’ho letto. C’è una differenza. La produzione di King la conosco più o meno tutta e ne ho letta più della metà. Sai, io con i libri ci lavoro. E visto che sei così gentile e ti piace King, ti ricambio il favore consigliandoti La strada di McCarthy. Da esperto di cinema avrai di certo visto il film, ma ti assicuro che il libro è cento volte meglio. O forse lo hai letto… in questo caso, che ne pensi? E di La storia di Lisey? Avrai di certo letto anche questo e lo potrai consigliare. E di Cujo che ne pensi? E di Pet Sematary, di cui è uscito anche il film da pochissimo? E di Dolores Claiborne? E di Joyland? E di ecc. ecc.? Se vuoi ci stiamo fino a domani, ma sicuramente abbiamo altro da fare tutti e due. Buona serata! 😊

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      3. Di tutti i libri che hai elencato ho letto solo Joyland, e sono d’accordo, è un libro che spacca. In effetti, considerato che anche a me mancano diversi libri di King, avrei dovuto dire che Buick 8 è il suo libro migliore TRA QUELLI CHE HO LETTO (che sono comunque tanti). Colgo l’occasione per dirti che mi sono appena iscritto al tuo blog. Buona serata anche a te! 🙂

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      4. Ahahahah ma non ti preoccupare, non è una gara. Io credo di essermi già iscritta al tuo di blog perché il cinema è un’altra delle mie passioni, ma se non l’ho fatto rimedio subito. E ti do cento per la simpatia ☺️

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