Scrivere di sé, 3 domande prima d’iniziare

Scrittura emozionale

my tableQuesta mattina ho dovuto rispondere, dando un parere non positivo, a un autore che, qualche giorno fa, mi ha inviato un suo testo autobiografico.

A onor del vero, nel breve corso di questo nuovo anno venti venti, ho ricevuto diversi manoscritti di tipo memorialistico e, quasi tutti, di scarsa qualità. A parte la forma che spesso è “informe”, da questi testi emerge un’ansia di autoassoluzione che diventa un’esaltazione di sé tangente all’autocelebrazione. Il testo, quindi, è inframmezzato da una lunga serie di io qui, io lì, ecc. che, seppure ci fosse qualcosa da salvare, rende comunque stucchevole la lettura.

Ognuno, naturalmente, è libero di scrivere quello che gli pare e d’illudersi di poterlo pubblicare, ma se ogni tanto ci fermassimo a riflettere prima d’inziare un percorso di scrittura ponendoci anche qualche domanda, forse resteremmo meno delusi da noi stessi.

Quali sono, dunque, le domande da farsi prima di scrivere un’autobiografia o un memoriale?

  1. Innanzi tutto, prima d’imbarcarsi in un’avventura del genere, bisogna riflettere seriamente sul contenuto e chiedersi con umiltà: la mia vita, che è preziosa per me e per i miei cari, è abbastanza interessante anche per il signor Pinco Pallo aka Lettore Comune? Cosa ho fatto io di così eccezionale (che gli altri non fanno) per meritare l’attenzione di un pubblico pagante? Perché i libri si pagano e anche chi li edita, li revisiona o li produce lavora e quindi deve avere un suo tornaconto, e se il libro è buono solo per farci i falò in piazza, allora le strade sono due: a) il testo viene rifiutato b) ti offrono una pubblicazione a pagamento. Purtroppo, un libro non è un gioco, è una cosa seria, è lavoro, e un editore per investire su di te ha bisogno di qualche garanzia. Non gli basta sapere che a sei anni eri un genio incompreso della matematica o che a quaranta ti sei iscritto a un corso di paracadutismo, a meno che non sei qualcuno di famoso o almeno popolare. Ma questa è un’altra storia.
  2. Superato il primo step, ossia: la mia vita è interessante come un romanzo? Sì. Passiamo alla seconda fase, quella della scrittura. E qui viene il bello. Sai scrivere? A parte i dettati da bambino, la lista della spesa e le lettere di Natale, che altro hai scritto in vita tua? Ma, soprattutto: quali libri hai letto per avere almeno una vaga idea di quello che significa un’autobiografia o un memoriale d’autore? Per esempio, senza andare troppo indietro nel tempo alle Confessioni di sant’Agostino o a Giacomo Casanova, hai letto almeno Sbucciando la cipolla di Günter Grass o Se questo è un uomo di Primo Levi? Sì… ne sei sicuro? Perché da quello che arriva nella mia posta non mi sembra. Io leggo solo tanto egocentrismo e una totale mancanza di contenuti profondi, che sono il sale e l’olio di un buon racconto autobiografico.
  3. E qui arriva la terza domanda: perché lo fai? Perché vuoi scrivere un’autobiografia pretendendo che qualcuno al di fuori della tua cerchia di amici e familiari la legga? A questo proposito mi tornano in mente un paio di volumi della Newton Compton che ho revisionato alcuni anni fa. Uno era sui generali di Mussolini e l’altro sui generali di Hitler. Due bei mattoni. Ma quello che mi è rimasto impresso mentre lavoravo sulle bozze, è che ognuno di questi militari che aveva sulla coscienza un bel po’ di vite, aveva scritto un memoriale. E perché lo aveva fatto? Per autoassolversi. Non ce n’era uno in tutti e due i libri che avesse avuto un briciolo di onestà nei confronti di se stesso. Tutti si dichiaravano in qualche modo innocenti. E quindi, caro autore che vuoi iniziare a scrivere di te, perché lo fai? Per autoassolverti, per celebrarti, perché pensi che sei figo o perché credi veramente che la tua esperienza di vita sia profonda e abbia qualcosa da insegnare agli altri? Riflettici e, mi raccomando, quando ti risponderai, cerca di essere almeno onesto con te stesso.

Daniela

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