Editoria e smart working: un buco tutto per sé

smartworking

«Se una donna vuole scrivere romanzi» scriveva Virginia Woolf nel 1928 «deve avere del denaro e una stanza tutta per sé»1.
Ecco, parafrasando, io vi dico che anche per lavorare come editor autonomo e quindi in smart working, dovete avere almeno un angolo della casa che sia tutto vostro, dove poter chiudere fuori le miserie della vita e concentrarvi sul vostro lavoro.

Da quando ho iniziato questo mestiere, ormai diversi anni fa, l’esigenza di un posto tutto mio dove poter scrivere e lavorare in santa pace è stato a lungo nei miei pensieri. In realtà nella mia piccola e coloratissima casa ho uno studio che prima-prima, quando scrivevo drammaturgie, dividevo con mio marito. E sapete com’è dividere il proprio spazio di lavoro con un musicista? Fili elettrici in ogni dove e strumentazione a parte, stare gomito a gomito con un genio della musica posseduto a giorni alterni dallo spirito di Beethoven e da quello degli Emerson, Lake & Palmer (tutti e tre insieme) vi assicuro che è davvero un INFERNO.

Per cui, tablet e PC alla mano, quando dovevo lavorare – ossia sempre – iniziavo a peregrinare in giro per la casa, in un tour che ai Nomadi Digitali farebbe un grande baffo. Dal divano al tavolo buono del salotto, dal letto alla poltrona, dallo sgabello della cucina alla tazza del cesso, trascinandomi dietro il tavolinetto di plastica di Ikea come fossi Jacob Marley con le catene. (Non Bob Marley!!! Il Marley del Canto di Natale!!!).
Intanto si faceva largo in me un imperativo… anzi, un ingiuntivo urlato con disperazione dai recessi più profondi della mia anima: Non si può andare avanti così. DEVO fare qualcosa!

È stato allora, nell’estate di un anno fa, immersa nell’afa del mese di luglio, con la mia piccola casa trasformata nell’antro di Vulcano e il plin plon di Emerson-Beethoven imperversante dallo studio, che, boccheggiando sdraiata sul pavimento, ho dato inizio alla rivoluzione.
«Se non posso avere una stanza tutta per me come la compianta signora Woolf» mi dissi rigirandomi sulle piastrelle del bagno stile gatto in calore «avrò almeno un buco che sia tutto mio».

Il buco in questione è un incavo tra la porta della camera da letto e il corridoio… un posticino grazioso, inizialmente adibito a vano dove appendere i soprabiti: 75 cm di spazio da sfruttare.
E che ci metti in 75 cm di spazio? Direte voi, miei piccoli e infidi lettori. Ebbene… ci ho infilato una splendida scrivania Ingatorp (il nome vi dice niente?) che al massimo della sua ampiezza misura ben 127 cm, ma che, con le alette laterali abbassate, arriva a 73. Perfetta. Ha pure l’apertura per far sparire il filo del PC e il vano nascosto per inserire le prese di corrente, oltre a un cassetto frontale che ho riempito di penne rosse e di chiavette USB. Ed ecco che la nicchia dei cappotti si è trasformata in un mini-mini boudoir da lavoro completo di ogni comfort, lontano dallo studio e dalle genialate del mio musicista e con il getto di aria condizionata in posizione strategica.

Insomma, finalmente un buco tutto per me!

1. Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, Einaudi, Torino 2014.

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