Il Covid-19 e le parole della Morte

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Scrittura emozionale
Da bambina avevo in casa una prozia che per me è sempre stata un mito. Era nata nel 1895 a San Dorligo della Valle, nella Val Rosandra sopra Trieste, ai confini con l’attuale Slovenia. Agli inizi del Novecento la famiglia si trasferì in provincia di Viterbo, dove possedeva vasti terreni e una palazzina.
Da giovane questa mia zia era stata una donna molto bella e anche molto indipendente. Donna dalla forte tempra, come a tutti i suoi coetanei non le fu risparmiato nulla: né la spagnola che per poco non se la portò via, né le due guerre mondiali, né l’epidemia di asiatica che per poco, invece, non si portò via mia madre, la sua nipote preferita.
Quando nacqui, lei aveva superato da un pezzo i settant’anni, ma era ancora molto lucida e lo rimase fino alla morte avvenuta diversi anni dopo per sua stessa volontà. Antesignana femminista (aveva una quinta di reggiseno, ma a trent’anni si tolse ogni impalcatura perché la infastidiva e non mise mai più nulla), lo fu anche nella battaglia per l’eutanasia: a un certo punto era molto anziana e soffriva di diabete e di artrite; l’artrite, in particolar modo, l’aveva quasi immobilizzata e, non riuscendo più a fare le cose come voleva lei, smise di curarsi. Morì due mesi dopo esattamente come era vissuta: a modo suo.

La narrazione della Morte

Ebbene, tra le tante cose che questa donna eccezionale mi raccontava, c’era la narrazione della Morte. La Morte che ogni inverno calava sulla popolazione portandosi via vecchi e bambini. Mi raccontava dei papà che sfilavano sotto le sue finestre con la piccola bara sotto il braccio diretti al camposanto dietro la collina. Mi raccontava dei vecchi (ma non i vecchi di oggi, quelli di allora che oggi consideriamo ancora giovani) che dipartivano senza un lamento nel chiuso delle loro stanze. Anche il marito, l’amore della sua vita, era morto così. E così era morto suo padre, riportato in una barella improvvisata dai campi in cui lavorava, e così era morta sua madre giovanissima, quattro mesi dopo la morte del marito. Per crepacuore dicevano le figlie. Chissà.
Però, quello che mi è rimasto impresso di quei racconti era il rapporto sereno e diretto con la morte. All’epoca era assodato che se eri nato dovevi morire. Non c’era scampo. Prima o poi, in un modo o nell’altro, la nera signora ti avrebbe portato via e nessuno si sentiva offeso da questa realtà. La morte era un evento della vita, e come tale era vissuto e accettato da tutti.
E oggi?

Le parole della Morte

L’evoluzione tecnologica ci ha illuso di essere dei supereroi: personaggi da fumetto a cui basta stare lontani dalla Criptonite per diventare invincibili. Possediamo i cellulari 4G, gli elettrodomestici telecomandati, l’aspirapolvere robot, la spazzola cinetica. E poi abbiamo i vaccini per ogni malattia, pratichiamo la mindfulness e la yogaterapia, scavalchiamo il cielo e le stelle, solchiamo gli oceani ed esploriamo gli abissi. E guai a pronunciare le parole della Morte: il cancro nel gergo mediatico è diventato “una lunga malattia”, la morte per vecchiaia “si è spento all’età di”, un infarto “la scomparsa improvvisa”, un ictus “per un malore” e così via.
E poi? E poi arriva un pidocchio di virus che il nostro corpo non riconosce e improvvisamente scopriamo che, come accade da secoli, noi moriamo. Sì, moriamo… soprattutto i vecchi, ma anche qualche giovane e abbastanza quelli di mezza età. Esattamente ciò che accadeva cent’anni fa quando la mia prozia era giovane e bella, solo che noi lo abbiamo dimenticato.
Forse credevamo di essere in un videogioco dove ti salvi accumulando punti: io sono giovane e non muoio; faccio tanta ginnastica e non muoio; ho un cervello grosso così e non muoio; ho l’ultimo iPhone della Mela e non muoio.
E no, non siamo in un videogioco. E sì, se capita moriamo pure noi, nessuno escluso, neanche il signore lì in fondo col cappello che mi guarda storto. Signore col Cappello, il cappello non la salverà. La salverà la fortuna, forse, o il destino… ma non il suo cappello. E se dovesse capitare, sappia che è normale morire, prima o poi succede a tutti. E certo, è giusto piangere per questo, ma non è giusto arrabbiarsi o insultare chi le sta vicino. Non è giusto ed è anche molto stupido. La Morte fa parte del pacchetto Vita anche per lei.

Covid-19 come sinonimo di Morte

Improvvisamente, però, al contrario di quello che accade di solito, le parole coronavirus o covid diventano sinonimo di morte. E gli scaltri giornalisti che lo hanno intuito dall’inizio, non parafrasano più (la parola cancro mette a disagio, la parola covid crea morbosità) e, stimolando gli algoritmi della rete, giù a scrivere “Ucciso dal Covid” “Morto per coronavirus” pur sapendo che, come accade con i malanni stagionali, l’influenza è il punto di partenza mentre polmoniti, trombosi e infarti sono il punto di arrivo. Ogni anno per la “normale” influenza muoiono in Italia una media di 20.000 persone, che non mi sembrano poche. E chi ha vissuto la brutta avventura di stazionare per qualche tempo in un ospedale italiano, lo sa bene che le polmoniti virali sono all’ordine del giorno. Entri con un cancro ed esci con la polmonite, entri con l’appendicite ed esci con la polmonite, entri con una gamba rotta ed esci con la polmonite. Esci in senso metaforico, naturalmente.
E anche riguardo al grande Sepúlveda morto qualche giorno fa, se qualcuno oltre a snocciolare frasi tratte dalla Gabbianella e il gatto come fosse la Bibbia dell’Ignorante ne approfondisse la storia personale, scoprirebbe che a ucciderlo non è stato il coronavirus ma il regime di Pinochet. Due anni chiuso in un buco umido ti lasciano i polmoni a pezzi, ma ai giornalisti esperti di SEO più che di cultura1, fa gioco in questo momento riempire i giornali di Covid-19.

Scriveva Allan Poe ne La maschera della Morte Rossa2:

[…] Come un ladro [la Morte Rossa, n.d.r.] era arrivata di notte. E uno a uno i convitati caddero nelle sale dell’orgia irrorate di sangue, e come caddero, negli atteggiamenti della disperazione, rimasero morti. Con la vita dell’ultimo di quei gaudenti si estinse anche quella dell’orologio d’ebano. Le fiamme dei tripodi si spensero e le tenebre, la rovina e la Morte Rossa stabilirono su ogni cosa il loro dominio senza limiti.

Perché se c’è qualcosa che le epidemie hanno sempre fatto all’uomo da quando è comparso sulla Terra, è stato buttarlo giù dal piedistallo e restituirlo alla sua mortalità.

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1. È storia di qualche giorno fa. Qualcuno al TGCOM24 ha intitolato: È morto Luis Sepúlveda, l’autore di Cent’anni di solitudine (sic!).
2. Edgar Allan Poe, La maschera della Morte Rossa, in I racconti del terrore, trad. Delfino Cinelli e Elio Vittorini, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1989.

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