Da Jane Austen al Covid-19: il cervello delle donne ostaggio degli uomini

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In questi giorni di quarantena ho saccheggiato la cineteca di Amazon Prime. Non volendo frustrare i miei rari momenti di pausa dal lavoro (rigorosamente in smart working) con le opinioni sul coronavirus di Tizio, Caio e Sempronio, ho ripiegato sull’altra mia passione: la pellicola.

Film a parte, con un atteggiamento a dir poco bulimico, mi sono buttata su un’infinità di serie, da Downton Abbey a The Kingdom by Lars von Trier, da La fantastica signora Maisel firmata Amy Sherman-Palladino a The Terror, da One Mississippi di Ting Notaro a Carnival Row, da Taken di Spielberg a Orgoglio e pregiudizio. Insomma, una vera e propria mangiata di storie, perché io odio le serie seriali (per intenderci: quelle col tizio che spara o che opera e che si ripetono identiche a ogni nuova puntata). Io cerco una storia, una trama e dei personaggi che siano interessanti e credibili, o perlomeno incredibili.
Se poi, mentre sto spaparanzata sul divano, mi viene anche da riflettere… be’, allora direi che sono al massimo del gas.

Come ce l’hai le tette?

Ebbene, in questo carosello televisivo, mi sono imbattuta in un paio di lunghissimi metraggi che raccontano la storia delle donne nel loro periodo di svolta, ossia tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento: Made in Italy e Good Girls Revolt.
Nella prima serie ci troviamo in Italia, nella redazione di una rivista di moda. È il momento delle lotte operaie, ma anche dei movimenti femministi volti a stimolare nelle donne il desiderio di rendersi economicamente indipendenti. Perché poi, alla fine, il busillis è sempre stato questo: il denaro muove il mondo, anche quello femminile.
Il problema della serie italiana è che è un pastiche tra Il diavolo veste Prada, Ugly Betty e Cenerentola, il tutto condito in salsa italiana. Troppo caramelloso, troppo patinato e quindi carino ma poco credibile.

Nell’altra serie siamo in America, a New York, nella redazione di un settimanale dove gli uomini scrivono sfruttando il lavoro delle colleghe, firmano tutti gli articoli, anche quelli delle colleghe, e prendono paghe il triplo più alte. Qui come sopra: le donne si svegliano dal lungo sonno, scoprono di non essere più delle principesse e reclamano la loro fetta di mondo. Sicuramente è un racconto più cattivo e crudo del serial italiano, ma anche più reale.
C’è una scena, per esempio, in cui direttore e redattori devono decidere quali foto inserire in un articolo dedicato ai movimenti femministi in America. Ed ecco che, al posto dei volti veri della rivoluzione che risulterebbero poco “attraenti” per i lettori, spuntano foto di donnine nude, infiocchettate da battutine da maschietto. E dietro ci sono le colleghe a far corolla, sconcertate, ma senza il coraggio di protestare per non perdere lo straccio di posto di lavoro.

Be’… questa scena mi ha riportato alla memoria un’esperienza analoga che ho vissuto molti anni fa, sul set di uno dei pochi film a cui ho partecipato come autrice. Eravamo già nel futuro, negli anni Duemila, e io ero una giovane e veramente inesperta sceneggiatrice. Un pomeriggio, durante una pausa dalle riprese, mi sono ritrovata alle spalle della schiera dei maschietti – regista, attori, produttori, direttore della fotografia, fonico, ecc. – intenti a valutare amabilmente le tette delle attrici (loro colleghe nel film), fantasticando sui loro desideri sessuali, su chi ce le aveva sode e chi con la cellulite… le chiappe, intendo. Oggi li avrei fatti neri, ma allora strinsi la mia sceneggiatura al petto e uscii dalla stanza. Il disgusto ancora me lo porto dietro.

Il cervello delle donne ostaggio degli uomini

Guarda caso, Good Girls Revolt è stata cancellata dopo una sola stagione. Cancellata da un comitato di maschi. Era bella, era interessante, gli attori erano bravi e le autrici aprivano una finestra su un mondo, quello maschile, che da secoli tiene il cervello delle donne in ostaggio. Inoltre, era una storia vera, basata su fatti realmente accaduti. Ma la serie non c’è più, congelata nell’atto primario di una battaglia appena iniziata. E parliamo di un paio di anni fa, non dell’epoca vittoriana.

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Probabile ritratto delle sorelle Brontë

E allora, mi vengono in mente, in ordine sparso, Leonard Woolf, marito di Virginia, che non solo riuscì a trasformare la moglie in una gallina dalle uova d’oro usandola come traino per la sua casa editrice, ma, dopo la sua tragica morte, fece sparire tutti gli appunti della scrittrice che a suo parere risultavano compromettenti. Per lui sicuramente.
O i fratelli di Jane Austen, tanto preoccupati della rispettabilità della sorella deceduta nel 1817, da distruggerne scritti e carteggi; mentre il nipote, nella biografia pubblicata cinquant’anni dopo, si premurò di descrivere la zia come una desperate housewife dedita per hobby alla scrittura. O ancora, il reverendo Arthur Bell Nicholls che, alla morte della consorte Charlotte Brontë di cui aveva ereditato le royalties dei libri, distrusse i ritratti della moglie e ne occultò le lettere, accanendosi soprattutto contro la biografia, nell’insano proposito di snaturare l’identità reale della donna a favore di un’immagine inautentica e angelicata come pretendeva la sua indole di prelato intransigente. Senza contare che un po’ tutte queste autrici, per vedersi pubblicate, dovettero nascondersi dietro l’identità fittizia di un uomo; tutte tranne la Woolf che pubblicò per santa intercessione del marito, il quale, diciamolo pure, come scrittore non valeva un tubo e anche come editor. Ed erano tutte donne forti. Infatti, per intentare lo scempio, i loro maschi dovettero aspettare che la morte se le portasse via.

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Lucia Rodocanachi ritratta dal marito

Da noi, in Italia, le donne iniziano a farsi strada come scrittrici alla fine dell’Ottocento – con grande grandissima fatica – e, all’alba del fascismo, cominciano a lavorare anche come traduttrici.
Lavinia Mazzucchetti alla Mondadori è molto stimata da Thomas Mann. È lei che traduce le opere dell’autore tedesco, il quale nei suoi carteggi, nonostante Lavinia sia germanista all’Università di Milano, si rivolge a lei chiamandola “signorina”, alla stregua di un posteggiatore qualsiasi. A tutt’oggi, se sei un uomo, quelli dei garage romani ti chiamano dotto’, ma se sei donna al massimo ti chiamano signora: Dotto’, je sposto la machina? A signo’, guardi che lei qui non ce pò sta!
Lucia Rodocanachi, invece, apparteneva al gruppo delle traduttrici segrete della prestigiosa Einaudi. Lei traduceva, ma firmavano Vittorini, Gadda, Montale. Una negra, insomma, al servizio dei maschietti titolati. Stiamo parlando degli anni Cinquanta del Novecento, non dell’anno Mille.

E oggi?

Il gioco delle parti

Per quello che vedo, che sento e che provo in questi giorni, il coronavirus ha riportato in auge travagli mai sopiti. Sfido qualsiasi donna in questo lungo periodo di “state tutti a casa, andrà tutto bene”, con marito, figli e genitori a carico, a essere riuscita a lavorare senza affacciarsi sul baratro di un esaurimento nervoso. Con i mariti/compagni da una parte che, immersi nel loro smart working, gridano: Ora non posso, sto lavorando. E voi, che state lavorando quanto e più di loro, costrette a mollare la postazione PC ogni cinque minuti per rispondere al telefono, aprire al postino, buttare la spazzatura, pulire il sedere al piccolo, preparare il pranzo e fare la fila al supermercato. Ma loro stanno lavorando, signore! Voi invece giocate, come Jane Austen.

E quindi è inutile girarci intorno: le battaglie, quali che siano, si combattono sempre sulla pelle delle donne e se non stiamo perennemente allerta, rischiamo di trovarci come mille anni fa, col cervello infilato dentro una cintura di castità mentale la cui chiave è nelle mani dell’altra metà del cielo.

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