Eraser

È notizia di pochi giorni fa che in Italia è stata abolita la censura cinematografica. Ed era ora.
Ma tutte le altre censure, pronipoti dell’Inquisizione, che negli anni Sessanta imponevano a una conduttrice di piantarsi un fiore finto nella scollatura per nascondere l’attaccatura tra i due seni o che paravano le gambe delle ballerine sotto calze nere pesantissime o che raccontavano l’omicidio Pasolini con giri di parole, anafore e metafore, ci sono ancora?

Certo che sì. Hanno cambiato stili e obiettivi, ma sono ancora lì a dettare legge. Oggi possiamo andare senza mutande in televisione esibendo capezzoli da urlo, possiamo affermare in libertà che l’omicidio Pasolini fu una delle pagine più tristi dell’Italia del dopoguerra, però non possiamo leggere ai bambini delle materne Ninnananna per una pecorella, uno splendido libro e una fiaba dolcissima di una delle case editrici per l’infanzia più geniali e indipendenti che conosco, la Topipittori di Milano. Sei anni fa è stato il primo libro che ho regalato al mio amato sobrino (nipote, figlio di mia sorella) quando aveva pochi mesi e ancora oggi ci piace sfogliarlo insieme. Eppure nel 2015 questa splendida favola fu messa all’indice dal sindaco di una delle città simbolo d’Italia e anche da molti genitori perché considerata una storia transgender. Una pecorella smarrita che viene soccorsa e protetta da una mamma lupo effettivamente è una favola pericolosissima! Attenzione signor sindaco e cari genitori, potreste trasformarvi appena la leggete e magari rischiate di diventare intelligenti.

Passando da una favola all’altra, in questi giorni ho dato un’occhiata ad alcune serie televisive fantasy che circolano attualmente su varie piattaforme streaming, tipo The Magicians (la versione trash di Harry Potter) o The Nevers. A parte l’inconsistenza tipicamente americana delle trame – un pastiche di nozioni paranormali sparse in maniera del tutto insensata qui e là tanto per mandare avanti una storia che non c’è – quello che salta all’occhio sono le quote arcobaleno studiate a tavolino. Sia tra i maghi che tra le “toccate” ci sono un tot di lesbiche, un tot di omosessuali e un pansessuale per uno. Così abbiamo accontentato tutti e si evitano gli attacchi che sono stati mossi alla Rowling di non aver incluso tra i personaggi della saga di Harry Potter almeno un gay*.
Da sottolineare che il pansessuale di entrambe le serie è un pervertito cocainomane e non so quanto questa visione della sessualità libera possa tornare utile alla causa arcobaleno.

Quel che resta della libertà di scrivere ✍(◔_◔)

A questo punto, mi torna in mente un articolo letto di sfuggita qualche settimana fa. Si tratta di una intervista a Kazuo Ishiguro, Nobel per la letteratura nel 2017. Per chi avesse il suo nome sulla punta della lingua, è l’autore di Quel che resta del giorno, diventato un film nel 1993 con i premi Oscar del mio cuore: Emma Thompson ed Anthony Hopkins.

Dalle parole di Ishiguro e dai vari articoli, si scopre che in ambito editoriale da qualche tempo serpeggia un clima da caccia alle streghe. Vieni bannato dagli editori se sei bianco e scrivi di persone di colore, se sei nero ma non inserisci almeno un gay nel tuo racconto, se sei un uomo gay ma non metti almeno una donna gay nel tuo romanzo, se sei gay, donna e nera e non metti un pansessuale asiatico in quello che scrivi, e così via in un gioco di specchi infinito e insensato. Se questi fossero i parametri per giudicare un buon libro, metà della letteratura internazionale di tutti i tempi andrebbe al macero e il 90 per cento dei premi Nobel per la letteratura dal 1901 ai nostri giorni verrebbero ritirati, compreso quello di Ishiguro.

La cancel culture dei quotidiani nazionali

Googlando in inglese e usando la frase chiave “climate of fear”, riesco ad accedere a una valanga d’informazioni. Numerosi articoli, partendo dalla stessa BBC che ha intervistato lo scrittore britannico di origine giapponese, raccontano la paura di Ishiguro che le nuove generazioni di scrittori vengano pesantemente condizionate da quel movimento demenziale soprannominato cancel culture e che ha preso il via dagli ignorantissimi Stati Uniti d’America.
In Spagna, l’intervista è riportata giusto da qualche quotidiano indipendente. In Italia anche peggio. Tranne Il Foglio e BlitzQuotidiano, nessuno ne ha parlato. Perché?
Eppure le considerazioni di Ishiguro sulla cancel culture che travolge le nuove (e anche vecchie) generazioni di scrittori sono interessanti, acute e da dibattito politico oltreché culturale.

Vediamo, io butto là alcune possibili motivazioni che mi passano per la testa in questo momento:

1) L’intervista a Ishiguro non è politically correct e potrebbe scatenare reazioni avverse, come l’Astrazeneca. Possiamo mai dire che nel 2021 ognuno è libero di esprimere le proprie opinioni senza che arrivi qualcuno e ti massacri a insulti e parolacce? Ma certo che no. Abbiamo tolto una censura e ne abbiamo messa un’altra, quella dei social.

2) Chi kazuo è questo Ishiguro? È forse un influencer, un rapper, un opinionista? Almeno è un tronista, un famoso dell’isola o un kazueggiatore della domenica? Ai lettori interessa solo ciò che dice Fedez.

3) Per caso è un miliardario con la piscina sospesa sulle Dolomiti? Ai lettori interessa solo ciò che dice Fedez.

4) Forse è un membro della casa reale inglese, un valletto, una domestica o perlomeno un corgi della regina Elisabetta? Ai lettori interessa solo ciò che dice Fedez e quello che abbaiano Fergus e Muick ♚

5) Ci sono! È un virologo cinese. Neanche questo? E allora non se ne fa nulla. Ai lettori interessa solo ciò che dice Fedez.

E a voi scrittori?

 

*La signora nel 2007, tanto per uscire viva dall’assurda polemica, si inventò che Albus Silente da giovane era innamorato di un mago.